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fiorenza pancino
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Fiorenza Pancino
Nata a S.Stino di Livenza (Venezia) nel gennaio del 1966, dal 1998 ha vissuto a Ravenna, Bologna e ora stabilmente a Faenza.
 
Mostre recenti

2015
Artists of Faenza +
Eri Dewa + Tomoko Sakumoto
Sekiguchi Museum of Art
Tokio - Giappone

La scultura ceramica contemporanea in Italia
Galleria Nazionale d'arte moderna
Roma

2014
Workshop col maestro Hiroshi Sakai
Toki - Giappone

Lady Ceramica
Loggetta del Trentanove
Rotonda di Mucky
Faenza

Change 3
Contemporary ceramic art 2014
Centro ceramiche Fornace Pagliero
Castellamonte (To)

Les journées de la céramique
Place St. Sulpice
Parigi

2013
Arte Ceramica oggi in Italia
Una mostra
Villa Necchi Campiglio - Milano

Coefficente H - Residenza d'artista
Connessioni d'argilla
Sticciano (Fi)

Les journées de la céramique
Place St. Sulpice
Parigi

2012
"375"
Maiolica, decalcomania, oro - Mt 28x0,6
Collezione privata Banca di Credito Cooperativo Ravennate e Imolese - Sede Faenza

2011

Galleria Ravasou “La ceramica contemporanea Italiana” Bandol, Francia

Installazione site specific “Nido di vespe”
Villa Abbondanzi, Faenza

2011 International Competition
Gyeonggi International Ceramix Biennale
Corea del Sud

“Per nuovi viaggi”
Pancino-Mariani
Galleria Vecchia Pescheria
e Galleria l’Immagine di Cesena
Cervia

“Mamma dammi 100 lire”
Spazio Nibe - Milano

54° Biennale di Venezia
Padiglione Italia, Torino

2010
"PASSATO, PRESENTE, FUTURO"
Personale - Banca di Romagna, Faenza

"PUNTO G"
Evento collaterale al Festival
dell'Arte Contemporanea, Faenza

Collettiva Diario Pubblico
Spazio Nibe, Milano


2009
Installazione "Green City"
Golf Club "Le Cicogne", Faenza

"Omaggio alla terra" castello di Grumello, Bergamo a cura di P.Daverio e J.Blanchaert

Mostra personale Galleria Paradigma, Firenze


2008
Collettiva Galleria Venticorrenti, Milano

ArtGallery Admiral Parkhotel, Bologna

Artefiera CERCO, Saragoza, Spagna

Collettiva Anarcord
al Museo Carlo Zauli, Faenza


2007
Collettiva Museo
di Montelupo Fiorentino, Firenze

"Fuori di sè" Casa Rossini, Lugo, Ravenna

Collettiva Arte Contemporanea
Sala Albertini, Forli

"OraetLabora" Artecontemporanea a cura di C:Casali, Modigliana, Forlì

Collettiva Palazzo Zuckermann, Padova

MIART, Milano
con Galleria Techne Contemporanea

"Anarcord" alla Galleria Terre Rare, Bologna


2006
"Contemporanea" Artefiera, Forlì

Arteinfiera, Reggio Emilia
con Galleria Techne Contemporanea

4° Simposio Internazionale della Ceramica
Nove e Bassano, Vicenza


2005
"Mosaico Ceramico" Evento collaterale
alla Biennale di Venezia
a cura di P.Daverio, Venezia

Personale Galleria Spazio Nibe, Milano

Collettiva Galleria d'Arte Contemporanea L'Immagine, Cesena


2004
Museo Civico De Fabris, Nove, Vicenza

"OdDesign" a cura di E.Biffi Gentili, Torino

"Fragile" Artecontemporanea a cura di G.Ruggero Manzoni, Settore-Territorio, Faenza


2003
Colletiva Galleria Comunale di Arte Contemporanea, Portogruaro, Venezia


2002
Personale Galleria Jean Blanchaert, Milano


2001
Personale Galleria "Il Fischio", Torino

"Faenza Oggi" Rifugio Gualdo, Sesto Fiorentino, a cura di Josune
Ruitz de Infante, Firenze

Personale al Circolo degli Artisti, Faenza

 
Concorsi

2015
59° Premio Faenza

2014
17 Biennal de ceramica d'Esplugues
Angelina Alòs
Esplugues de Llobregat (Spa)

2013
58° Premio Faenza

2011
Menzione d'onore al
2011 International Competition
Gyeonggi International Ceramix Biennale
Corea del Sud

2010
Primo premio
Concorso DERUTA, Pesaro

2005
17° Lilliput Ceramic World Exhibition

2004
"Ceramic Plates" Zagabria- Croazia

"1st European Ceramics Competition" Amauroussion -Grecia

7° Biennale Int.le Ceramica CAIRO Egitto

2001
Premio Internazionale
"Viaggio attraverso la Ceramica 2001"
Vietri sul Mare (SA)

1998
Primo Premio
Concorso "Opera Prima Ceramica '98"
Voltana, Ravenna

 
Testi critici

Elena Magini

Connessioni d'argille
A compimento del progetto di residenza Coefficiente H, il collettivo Mentelocale e Fiorenza Pancino hanno dato vita a due diverse installazioni che differiscono profondamente nella loro costruzione e nella risoluzione formale, ma non nella volontà. Fondamentali in entrambi i lavori risultano la partecipazione, l'interazione con il peculiare ambiente di Sticciano, le connessioni istituite con il territorio e con le persone che lo abitano.
L'intervento di Fiorenza Pancino, Connessioni d'argille è volto ad attuare forme di interazione tra l'artista e la comunità di Sticciano. Pancino lavora da alcuni anni alla creazione di nidi, gabbie, corone, forme in ceramica dalla struttura risolta ma che sfuggono al riconoscimento e alla definizione: Connessioni d'argille integra alcune sculture a cui l'artista aveva precedentemente lavorato alle nuove, prodotte specificatamente per questa occasione, utilizzando argilla prelevata dal sito di Sticciano. L'impiego da parte di Pancino di terre non consuete, grezze e impure ma appartenenti al territorio, va a evidenziare la connessione tra artista e contesto, il potenziale di scambio dell'esperienza stessa della residenza, insito nell'accoglienza e nell'accettazione, dei materiali così come della complessità del luogo.
Le sculture di Pancino hanno una forma definita ma al contempo ambigua, sono copricapi e nidi, possono adagiarsi sul corpo e accoglierlo, ma sono anche forme costrittive, gabbie e limiti imposti dall'esterno.
Pancino gioca sull'antinomia tra la fragilità delle sculture e la loro oggettualità, tra le suggestioni aperte richiamate dalle forme e la loro incerta funzionalità. L'apparenza giocosa e vitale delle sculture colorate viene annullata dal loro potenziale coercitivo e ambivalente, l'intenzione dell'artista è definita, tuttavia si presta alle derive interpretative dello spettatore, chiamato a istituire una relazione libera e aperta con l'opera.
Le gabbie sono poste all'esterno della Tenuta di Stacciano formando dei rilievi a parete: sorta di escrescenze scultoree, in una visione d'insieme appaiono slegate l'una dall'altra. Solo avvicinandosi si percepisce come l'artista abbia creato fisicamente una congiunzione tra le opere, grazie a un filo di lana che, confondendosi cromaticamente con l'architettura sottostante, si intreccia tra le gabbie e le ricongiunge. Metaforicamente Pancino da corpo alla relazione e alla connessione tra le parti, creando un continuum ideale tra sculture e architettura, e lo fa con un materiale, la lana, legato alla produzione femminile, ad una dimensione intima e domestica. Viene qui evidenziato con un linguaggio consueto nella produzione dell'artista - l'uso congiunto di ceramica di materiali eterogenei - il senso stesso dell'esperienza vissuta, la relazione empatica e comunicativa con il luogo e le persone. Si tratta di una visualizzazione di un'esperienza, che si riconnette alla dimensione partecipativa che Pancino usualmente conferisce alla ceramica: questa non è mai oggetto
chiuso, ma si offre ad una manipolazione fisica e mentale, sia da parte dell'artista, che istituisce con il materiale una vera e propria relazione corporea, sia da parte dello spettatore, che vi si relaziona come forma in divenire mediante la propria partecipazione e interpretazione.
Di questa attitudine è rappresentazione ulteriore Animatomia, documentazione video di un progetto performativo tra ceramica e danza, che ha avuto luogo al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza nel 2012. Pancino ha costruito per le tre danzatrici delle sculture in ceramica con cui le performer hanno danzato. Queste sono state pensate dall'artista specificatamente per ognuna delle danzatrici, individuando, in seguito ad un colloquio, forme e strutture adeguate alla rappresentazione dei caratteri, dell'emotività, del vissuto di ognuna. Anche in questo caso la scultura assume una molteplice funzione grazie al generarsi di un'intensa relazione col corpo delle performers: essa nasconde e protegge, limita e ostacola il movimento, si fonde con la carne dando luogo ad una rappresentazione ibrida, ma soprattutto è espressione di un atto interpretativo che ha origine nella relazione con l'altro.

Jean Blanchaert

Fiorenza Pancino gioca con la ceramica come Gioacchino Rossini giocava con la musica.
In arte è assai pericoloso scherzare se non si conoscono le regole del ritmo,i dictat dell’armonia, la ferrea disciplina del contrappunto e se non si possiede quella speciale fantasia matematica senza la quale è impossibile creare una melodia ascoltabile. Queste fondamenta in Fiorenza Pancino sono talmente radicate che le consentono di rendere lo scherzo ceramico naturale, apparentemente facile e scoppiettante. Le sue narrazioni in terra,cotta,colorata e ri-cotta,sono sì allegre e spiritose, ma non rinunciano mai a raccontarci qualcosa di serio.
Nell’argot degli ostetrici,”pancino”significa incinta di tre mesi. Tutti sappiamo che Fiorenza viene da fiore. Fiorenza Pancino è dunque un fiore da poco tempo in stato interessante .E’quindi in uno dei periodi più felici nella vita di una donna,| quando si sente un’altro essere crescere in sé. Questo destino di entusiasmo creativo che le viene dal nome e dal cognome si vede in ogni sua opera .Se lo scoiattolo di Maurizio Cattelan si tira un colpo in testa accasciandosi su un modesto tavolino,il lupacchiotto al terzo fuoco della Pancino si sdraia invece sull’erba, per riposarsi,insegnando la posizione anche al coniglio e allo stambecco bianco i quali poi si rialzano per andare a conoscere il topastro di Art Spiegelman, anch’egli spiritoso, ironico e pieno di storia,elegante negli smalti e nei lustri argillosi come se ad abbigliarlo fosse stato l’ultimo imperatore, Monsieur Garavani da Roma. Non c’è lezione che la Pancino non abbia perlomeno ascoltato una volta, grazie alla sua congiunzione astrale, dove la Luna è in Saturno e Giove in Acropoli. Ella passa dalle terre cotte ascelleane sino alle crete a noi contemporanee: maialino si arrampica su sasso striato mentre farfalla gli fa il solletico. Riunione di condominio al congresso degli animali: alcuni delegati perorano delle cause. Vengono servite conchiglie, falene, maggiolini. Per il gusto degli occhi. Vedere i lavori di Fiorenza Pancino dà gioia, quella gioia strana che coglie di sorpresa quando le assurdità quadrano. Fili d’erba, pomodori rossi e blu, paganiniane esercitazioni dove il gusto impeccabile non è un merito, ma un dono. Se Andre Leon Talley ha detto che il lavoro di Monsieur Garavani è un meraviglioso trionfo di volontà, si può sostenere che i risultati panciniani equivalgano a un rodeo di successo. L’artista, l’autrice, ha saputo domare il suo talento imbizzarrito con determinazione, sottomettendolo a un duro ed implacabile metodo di procedere. Quando l’ortodossia riesce ad aver ragione di un mare forza nove, si hanno buoni risultati nell’arte, nell’artigianato, negli ippodromi ed anche nella vita privata. Forse perché è nata non lontano da Asiago, Pancino è affetta da altopianite acuta. Trattasi di bella afflizione: ella porta in alto il prato maiolico creando una struttura cilindrica che avvicina di molto i fiori, i fili d’erba, i quadrifogli allo spettatore. Più di un artista contemporaneo che aveva capito male Picasso e Chagall si è sentito libero di scrivere senza ortografia. La Pancino, invece, appartiene ancora a un mondo antico. Il piccolo catalogo che pubblicammo nel 2002( edizione Oreste Genzini e Philippe Daverio) in occasione della sua prima mostra alla nostra galleria, si intitolava <La principessa sul pisello>. La foto di copertina mostrava Pancino col pancione (nono mese) scoperto. Alvise Migotto, difatti, ha oggi otto anni. L’esposizione era dedicata alle Yoni, generose, caste, altere, inaccessibili. E ai loro vestimenti che si chiamano mutande. Pancino, forse grazie al pancione, seppe allora descrivere con sottile eleganza gli stati d’animo di queste valchirie yonizzate che tanto condizionano le sorti del mondo. Recentemente, in piazza, a Faenza, ha messo in scena un’interessante rappresentazione con il brutto nome inglese di performance. Era dedicata al Grafenberg spot, o punto del sole, o punto del piacere. E’ iniziato per Fiorenza Pancino il periodo delle installazioni. Bertozzianamente e casonianamente, nel senso anarchico di questi avverbi, non in quello stilistico, si muove Pancino quando crea alberi di ceramica, accostando piccoli pezzi bianchi e cotti quasi fossero ossa di un museo di storia naturale.
Nei lavori di Gola c’è poesia tridimensionale col rumore dell’anima e l’amore per le farfalle libere nel cielo.
I lavori del Cuore registrano i telegiornali della sera: <ti regalo un fiore, ma sono proiettili>.
<Seduttiva, allucinata, depressa, euforica>. Si decida signora Pancino. Questi sono i lavori di Pancia.
Nei lavori di Pube ci sono le famose Yoni di cui abbiamo già parlato.
A clean car is a sign of a sick mind, recita un nuovo adagio inglese. Se ne ricorda la Pancino quando compone <harmony of the order maniac>. E’ un lavoro di Mano.
Se i lavori di Piede sono come questo <torte a villa Emaldi> allora la Pancino non ha nulla da invidiare a Edson Arantes do Nascimiento, quel grande artista brasiliano nato il 23 ottobre 1940 nella città di Três Corações ( Tre Cuori) nella provincia di Minas Gerais, nello stato del Brasile.
E se anche Fiorenza Pancino di cuori ne avesse tre? Uno veneto, uno romagnolo ed uno italiano?

Claudia Casali

Giudizi fittili
In uno dei suoi primissimi lavori Louise Bourgeois mise in mostra la sua casa, tipicamente borghese, in una gabbia sotto una grande ghigliottina. Quella che divenne in seguito un’icona dell’arte contemporanea nascondeva un grande disagio, uno sconcerto e un disappunto nei confronti dei legami famigliari, della sessualità e della società bigotta. L’artista ritornò negli anni sul tema della gabbia, da lei definita come un oggetto che “mostrava un’insuperata e insanabile contraddizione”, creando grandi installazioni dal titolo Depression. Recentemente anche Mona Hatoum ha creato grandi gabbie dal titolo Interior landscapes (Paesaggi interiori), delimitate da filo spinato, evocando nuovamente una provocazione, per lo più socio-politica, dall’inquietante significato.
Ho voluto citare questi due esempi illustri non a caso prima di introdurre il lavoro di Fiorenza Pancino. Sembra un tema tipicamente “femminile” quello della gabbia che in questa mostra assume diverse sfaccettature: in sé e per sé è una gabbia, ma diventa anche corona o più intimamente una sottogonna. È libera e leggera ma può nascondere e contenere, innalzare e sottomettere. È in questa varietà di significati che si deve leggere il lavoro di Fiorenza Pancino presentato all’interno della trilogia Passato, presente, futuro. Un titolo certo ambizioso che vuole trarre le somme di un percorso artistico finora svolto attraverso il linguaggio della ceramica e che oggi intende andare “oltre”.
È indubbio il fil rouge femminile che domina il suo linguaggio che appare ora invece come il superamento dello stereotipo dell’oggetto ceramico per giungere alla creazione di vere e proprie installazioni di ampio respiro. Non più il vaso o il contenitore che inevitabilmente richiamavano alla quotidianità dell’uso ceramico ma un nuovo utilizzo che entra prepotentemente nella contemporaneità artistica.
C’è sempre una continuità poiché tanti richiami morfologici e cromatici sono una costante negli anni ma appare l’idea di costruire un percorso intellettuale che dia nuovi significati ad un linguaggio antico, come quello della maiolica, attingendo ad altri significati che guardano anche alla dimensione performativa dell’arte contemporanea.
Passato, presente, futuro guarda a qualcosa che è stato, che si è vissuto, con uno sguardo verso ciò che si svilupperà, passando attraverso l’ineluttabile presente. L’artista sente la necessità di fermarsi a guardare se stessa in una dimensione temporale di riflessione e bilancio. Già la performance del Punto C in occasione del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza aveva mostrato una nuova attenzione al mezzo artistico che nella video-intervista trovava la sua più completa realizzazione. Ora, con questa mostra, si va oltre, cercando di raggiungere nuovi, ricercati ed ipotetici approdi anche eludendo la dimensione ceramica.
Il Passato di Fiorenza Pancino è rappresentato da L’armonia dell’ordine maniacale, nelle versioni monocrome bianca e nera (realizzata anche a più colori ed esposta nella sede milanese della Galleria Blanchaert). Questa grande installazione presenta contenitori di forme già visti e utilizzati, con granaglie, fiori e semi. Si tratta di un riassunto formale della propria poetica fino ad oggi elaborata. A questo stato appartiene anche L’albero della vita che mostra una certa vivacità formale, quasi dinamica, nel suo completo monocromo nero. In questa fase vi è l’assoluto superamento della dimensione ironica e ludica, a volte fine a se stessa, che ha caratterizzato i primi lavori: non più attributi femminili, o elementi fitomorfi, volutamente naif, ma la consapevolezza di ricreare un organico e completo privatissimo prontuario morfologico, quasi da ossessione collezionistica ed ordinatrice.
Il Presente coincide con la grande installazione di corone e gabbie a muro, già citate, attualissime nel loro creare un disagio nel fruitore. Forse è l’ambiguità del segreto che celano, o più semplicemente la difficoltà nel recepire gli accordi tra gli elementi che le compongono. Le corone sono gabbie, le gabbie sono cassette o casette, che raccolgono pensieri, che fungono da barriere, che si intersecano a creare un parterre di disturbo. L’allestimento verticale ha una funzione rilevante nel disorientare il pubblico: aggettanti e insidiose queste forme si arrampicano sulla parete, se ne appropriano quasi a creare sinuosità, diventando una massa dinamica.
Il Futuro per l’artista è uno stadio dove, stranamente, sembra che una qualche certezza prenda il sopravvento sulla dimensione incognita. Un ponte maiolicato con i colori chakra (o dell’arcobaleno) si impone allo spettatore, in un disturbo cromatico non dissonante. Il ponte prevede un passaggio, una scelta, un bivio tra passato, presente e futuro. E in questa difficile riflessione si inserisce la realizzazione di un video dal titolo Giudizio personale. Ciò che ha caratterizzato il lavoro di Fiorenza Pancino in questi ultimi due anni è proprio l’attenzione alla persona, all’interazione tra le parti, al rimettersi sempre in discussione, aspetto quest’ultimo di non facile trattazione. Il video volutamente in bianco e nero, che denota imparzialità, presentato per questa mostra faentina, riscopre uno dei leit-motiv ricorrenti della poetica dell’artista per cui l’arte è un dono, un luogo senza giudizio, che scopre una parte di mondo sconosciuta, un territorio di sintesi. Gli otto personaggi (un prete, un politico, un insegnante, una persona in sovrappeso, un galeotto, uno straniero) sono stati scelti per interpretare se stessi, per mostrarsi nella loro veste pubblica e privata, conoscendo i propri limiti e mettendosi a nudo. Questo lavoro mostra come per l’artista il fare arte sottolinei la necessità di accettare il proprio limite e il giudizio altrui (se costruttivo, s’intende) che diviene elemento fondante del passaggio successivo, ovvero dell’attraversamento di qualsiasi ponte, purchè sia in una dimensione assolutamente dialettica. Guardare oltre, andare oltre. Osare consapevolmente. Questo è il monito.

Gian Ruggero Manzoni
per progetto "Fragile" intervista:


GRM: Ceramica, scultura e installazione...
FP: nasco ceramista 10 anni fa, ma entro quasi subito in conflitto con questo mondo regolato da troppi codici estetici, formali e tecnici.
Mi interessa il risultato del lavoro artistico, l'emozione, il percorso intellettuale che lo precede, la libera espressione (libera da un esasperato tecnicismo).
La ceramica è scultura e pittura insieme e racconta il lato più ludico-ironico di me stessa, quello che io scelgo di rappresentare ed essere.
La mia attenzione è rivolta al mondo dell'arte "altro" e quasi naturalmente le mie mostre diventano installazioni a tema e non esposizione di oggetti solo belli, sculture figlie di artistindividualisti.
La ceramica per essere contemporanea ha bisogno di rompere con i vecchi modelli con le forme e i codici ereditati dal passato.
GRM: la tua è dimensione artistica postmoderna o che altro?
FP: Si, probabilmente si, ma in maniera inconsapevole. Il mio lavoro si sposa con molti degli elementi che caratterizzano questo fenomeno artistico-culturale come la ripresa di elementi decorativi e figurativi, la rivalutazione della creatività dell'artista e la contaminazione fra stili e materiali.
Lo scambio con il critico d'arte, penso, serva proprio a questo.


Josune Ruitz de Infante

...Nella Stanza di Fiorenza c'è un ordine paradossale: un disordine ricreato, sistemato, installato. L'artista costruisce, anzi decostruisce, le tracce di un verosimile "giorno dopo" l'orgia o la riunione di sole donne scatenate, sempre più consapevoli della loro potenza creatrice e della loro creatività.
La ceramica è un'arte a "misura" di donna, un "mestiere" ancestrale creato dalle donne ai tempi del loro potere matriarcale. Questa evidente prerogativa di genere è stata ben capita e interpretata da tante donne artiste della contemporaneità recente, che hanno elaborato discorsi visivi e formali di grande impatto intellettuale: Judy Chicago, Ana mendieta, Marisa Merz, Niki de Saint Phalle, sono soltanto i nomi più eclatanti tra le infinità di artiste che portano avanti riflessioni critiche sui modelli culturali altri, sulla soggettività femminile e sulla pratica "manuale" dell'arte.

 
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